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L’alluvione fangosa del maggio 2023 aveva lasciato il suo segno. Non solo una linea orizzontale su tutte le pareti dell’appartamento ad oltre la metà della loro altezza, ma anche su ogni arredo che era stato asportato, come un dente cariato.
Per tale motivo si era trasferito dai suoi genitori. Una villetta bifamiliare su tre piani. Nel piccolo giardino un acero rosso, un alto e allampanato ulivo, un anziano limone e un perimetro di alloro. Per due ultraottantenni non era propriamente adatta, ma la testardaggine aumentava con l’età, giorno dopo giorno. Oramai non diceva loro più niente, in merito. Ce l’aveva data su.
La sua stanza era immutata. Gli stessi arredi di quando era adolescente. Mobili di design di solido legno bianco spigoloso. Davanti al letto un armadio a sei ante. Ognuna uno specchio fumè. La testata era un parallelepipedo di velluto marrone, con gli angoli smussati.
Il ritorno al passato non era proprio gradevole. I suoi avevano sempre avuto l’abilità di renderlo un estraneo in casa propria. E tale caratteristica non si era certo diluita con il tempo.
Aprì i cassetti e l’armadio per riporre i pochi indumenti arraffati prima di fuggire alla violenza del fango e con stupore non trovò spazio. Tutto occupato dai loro indumenti. Si stizzì. Avevano a disposizione due armadi a quattro ante e due comò a cinque cassetti. E a lui non rimaneva neppure un ripiano.
Sospirò. Durante la cena, non gli rivolsero la parola. Per non sentire le sue emozioni, per non ascoltare i dettagli della catastrofe che lo aveva sfregiato. Perché loro di problemi avevano i loro e non potevano farsi certo carico dei suoi. Erano anziani. Certo, quando faceva loro comodo! Se così era, erano sempre stati anziani e pieni di problemi e lui era uno di quelli. Da sempre. Sempre. Quell’avverbio di tempo lo perseguitava. Da sempre. Con connotazioni sempre negative.
Salì le due rampe della scala in marmo e si chiuse nella sua stanza. Si guardò allo specchio e si vide stanco, anche se il riflesso bronzato correggeva le asperità del viso.
Si spogliò e, nudo, si infilò sotto le coperte. Nella foga di uscire in fretta da casa, si era dimenticato il pigiama.
Una lama di luce fendeva il buio, penetrando dallo spazio tra i due scuri del terrazzino, appena accostati. Lambiva gli specchi.
Pensò a lei. A lei che aveva amato su quel letto, molti anni prima; quando la casa era vuota. Gli anziani insofferenti erano in montagna.
A lei che con lo sguardo capovolto verso lo specchio lo osservava, con la bocca aperta, mentre godeva della sua carne. A lei che aveva distrutto ogni sua certezza. A lei che non aveva alcuna affinità con lui. A lei che viveva libera senza alcuna remora. A lei che preferiva spogliarsi che mettersi a nudo.A lei che aveva affidato al silenzio dell’indifferenza. A lei che gli mancava terribilmente. A lei che per lei non avrebbe mai pensato di allontanarsi dalla sua famiglia.
Al centesimo “A lei” si addormentò.
Al risveglio indossò mutande e maglietta. Il pavimento era caldo sotto ai piedi. Si arruffò i capelli.
Sollevò gli occhi al soffitto della zona notte. Al centro, la botola a fil di muro che consentiva l’accesso al sottotetto. I suoi dormivano. Il lieve russare in sottofondo lo confermava.
Prese l’asta con l’apice a forma di gancio e la inserì nell’asola dello sportello. Con cautela, tirò verso il basso. Con uno scatto la botola si aprì. Si fermò. Il russare continuava. Trasse a sé la scala retrattile, posò l’appoggio sul pavimento in legno dopo averlo protetto con un panno.
Salì. Quello spazio non era definibile sottotetto. Neppure soffitta. Suo padre lo aveva reso ospitale come una mansarda, anche se fredda e stracolma di scatole in plastica trasparente ripiene di abiti dismessi, libri e ricordi vari.
In un angolo, all’interno di un cesto in vimini uno strumento musicale ad arco. Una zucca fungeva da cassa acustica e un ramo sagomato, ad essa collegato, poneva in trazione alcuni fili di metallo aggrappati a tre piroli. Un arco con crini di cammello e un grumo di resina, completavano l’assortimento. Sorrise. Ricordava quando lo comprarono in Marocco nel 1980. Dallo stesso cesto, forse acquistato in Grecia alcuni anni prima del 1980, si ergeva l’elsa di uno spadino; come la spada dalla roccia di San Galgano. Quella proveniva da Toledo. Anno 1978. Sorrise.
Vicino al cubo rosso, in legno, laccato rosso, costruito da suo padre per contenere i giocattoli, quando era un bambino, c’era lo skateboard verde acido con le sue ruote color fucsia, percorse al centro da una riga nera. Gli spigoli erano sbrecciati. Quante cadute! Sorrise di nuovo.
Si inginocchiò e infilò lo sguardo nel cubo. Con ordine erano riposti trenini e i loro binari. Gli erano sempre piaciuti i trenini. La precisione dei dettagli, soprattutto delle locomotive a vapore. Gli piaceva costruire percorsi, con l’inserimento di scambi che movimentassero i tragitti. Non sopportava la linearità. La bellezza era rendere i percorsi curvilinei per non annoiare i passeggeri immaginari. Costruiva ponti e gallerie con i libri. Un altro sorriso.
Un sacchetto di stoffa trasse il suo sguardo. Lo ricordava bene. Così come il contenuto.
Palline. Di quelle in gomma, con le facce lievemente butterate, i cui rimbalzi erano imprevedibili. Non riuscivi ad afferrarle. Erano state il suo divertimento. Di bambino solitario. Quante risate.
Palline matte e percorsi obbligati. Due aspetti opposti che lo contraddistinguevano. Lo sapeva bene.
I percorsi obbligati erano piacevoli, ma la noia quando arrivava distruggeva tutto. Come un masso sulle rotaie. Come l’assenza di energia.
I continui rimbalzi, invece, rendevano il gioco imprevedibile e senza sosta. Ancora un sorriso. Strinse una pallina nel pugno e ridiscese con attenzione.
Richiuse il trolley con delicatezza. Il russare non si interruppe. Uscì in silenzio.
In stazione salì sul primo treno utile.
Osservò fuori dal finestrino.
Il suo riflesso si sovrapponeva allo scorrere degli alberi.
Lontano da tutti.
Sorrise.